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(In verità, da ieri sono ufficialmente drogata non di fragole, ma di caramelle-violetta dalla forma floreale ingannatoriamente innocua e di sicuro infarcite dei peggiori zuccheri poli-multi-pluri insaturamente saturi che l'industria della plastica italiana sia in grado di produrre. Anyway). a) ho sedicimila punti fragola, con cui la mamma si appresta magnanimamente a comporre la mia dote (servizio di bicchieri posate i piatti li hai prenditi i divani che finalmente mi sbarazzo di te e del tuo gatto e posso realizzare il mio desiderio più recondito e sfrenato: i divani immacolati). Spero non decida all'ultimo di optare piuttosto per il biglietto di sola andata con destinazione Honolulu, anche perchè non sarei in tal caso certa dell'identità del passeggero a cui potrebbe essere destinato. Sarebbe terribile non riuscire a comprare per tempo un costumino striminzito. Il "finalmente", comunque, sta per una data ancora imprecisata che, in dipendenza da molteplici variabili, è collocabile tra settembre 2007 e mai; b) ho 4 punti unifragola sul patetico libretto color limone da outsider di Antichistica, costatomi un capitale in termini monetari ed energetici. Ancora 28 e sono a cavallo. Sto considerando l'ipotesi, avventata, forse, ma straordinariamente innovativa, di una partnership Esselunga-Università: chissà che non diventino convertibili i punti del punto a), come per i bollini della benzina.
No, non è un post filosofic-esistenziale tendente al romantico. E' solo per manifestare pubblicamente il disprezzo per una linea che mi ha lasciato appiedata due settimane fa. Puh puh puh
A volte si sente dire che gli animali rispecchiano i loro padroni, come magistralmente immortalato da Walt Disney nella celeberrima scena della Carica dei 101. Ora. La mia gatta, che attualmente riposa con felina e godereccia seraficità in cima alle pile di vestiti nel mio armadio (manifestando una certa innegabile preferenza per gli abiti neri, ovviamente), è egocentrica e quasi, oserei dire, solipsista: io sono una sorta di emanazione della sua coscienza, atta a versarle il Gourmet Gold nella ciotolina un congruo numero di volte al giorno. Sì, perchè tra i suoi vizi si può enumerare anche il palato fino e schizzinoso. La mia gatta non si fa scrupolo, al mattino, se è possibile verso le sei, di appollaiarsi sul cuscino in corrispondenza perfetta del mio orecchio ed esibirsi in strazianti miagolii, tali da ridestare l'emanazione della sua coscienza e farsi servire per tempo la colazione (magari senza troppi insulti, sì, grazie). La mia gatta è nomade nell'animo. Nel senso che ama vagare per la casa e ha la rara capacità di occupare simultaneamente angoli opposti, specie quelli in cui non dovrebbe trovarsi, sicchè, ovunque tu sia, stai sempre al suo posto. La mia gatta ha un senso nobile ed esasperato della proprietà: ogni oggetto nuovo che varca la soglia è suo di diritto e, pertanto, passibile di grattatina d'artigli. In particolare, apprezza le cartelle e gli zaini delle piccole bestioline che vengono a ripetizione. La mia gatta ama lo studio e l'erudizione. Adora letteralmente leggere il giornale mentre lo stai facendo tu e consultare il dizionario di greco proprio nel mezzo di una faticosissima versione di Platone. Mi consola considerare che, se non altro, lei è bruna.
Credo che, prima o poi, mi cimenterò anche io in un'opera letteraria dialogica, da tramandare a testimonianza della mia imperitura alienazione rispetto al mondo. Oggi ho interrogato uno dei miei discipuli, le piccole ignare bestioline che vengono in pellegrinaggio a fare ripetizioni di greco e latino. Sono stata di una bontà quasi stucchevole, per i miei canoni. Non l'ho interrogato sui complementi di luogo (che pure successivamente ho verificato non rientrare nel repertorio di biascichii e mormorii grammaticali), nè sui verbi (italiani, ovviamente). Mi sono limitata a domandare, a seguito di una sua inattesa apologia del latino rispetto alla matematica, che cosa in particolare gli renda le lingue classiche gradite. Silenzio e occhi sgranati. "Ma come, non lo sai?", insisto, a questo punto leggermente perplessa. "No", mugola, contorcendosi peggio che davanti ai verbi irregolari. Mi viene l'agghiacciante sospetto che sarebbe meglio finire la versione piuttosto che proseguire l'indagine e, fatto assai più grave, temo che, nonostante tutto, lo pensi anche lui. "Ma non ti fai delle domande?" Sì, lo so, la curiosità mi ucciderà, un giorno. Il mugolio cessa e la bestiolina mi lancia uno sguardo di trionfo per aver condotto il discorso su un campo che, all'apparenza, conosce, se non altro meglio dei complementi. "Beh, io sono io quindi non ho bisogno di farmi delle domande!". Mi gratto l'orecchio, restituisco lo sguardo. In verità mi viene da piangere. "Ah. Sì, certo. E tu, che sei sempre tu, perchè allora non sai che cosa ti piace del greco e del latino?". Silenzio e occhi sgranati. Gli ho dato due compiti, alla fine. Rispondere a questo e ad un nuovo angoscioso interrogativo: perchè le domande sono così fuori moda?
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